L’evento traumatico: l’altra faccia del bullismo
L’evento traumatico: l’altra faccia del bullismo

L’evento traumatico: l’altra faccia del bullismo

Chi è stato vittima di bullismo come me, sa bene cosa significa tirarsi su dal nulla. Quanto la fatica di farsi nuove amicizie ed avere la capacità di fiducia nell’essere umano. Si tratta di un percorso difficile da gestire, soprattutto se la vittima decide di non parlare. Scaturisce allora l’evento traumatico: il peggiore da fronteggiare.

La strada del dolore è l’evento traumatico?

Fa ancora male. Ed intendiamoci, il dolore non svanirà mai. Per tutta la vita e per qualsiasi cosa deciderete di fare, la cicatrice ogni tanto vi ricorderà la sua presenza. Amo questo lavoro più che mai, perché amo mettermi a confronto con le esperienze altrui mediante le mie. Sebbene questa non l’avrei mai e poi mai desiderata. Nella vita capitano cose però, che alla fine della giostra, in un modo o nell’altro vanno fronteggiate. Io reputo di averlo fatto nel modo più sbagliato possibile: con il silenzio. Ma devo essere stata altrettanto brava, poiché ad oggi, nessuno se n’è mai reso conto. Il sentimento più reietto l’ho tramutato in sorriso, ma ho sofferto le pene dell’inferno. Soprattutto da sola, nella mia stanza, piangendo al buio.

La sconfitta, la vergogna e l’apatia

Ad oggi io parlo della violenza psicologica e subdola che ho sofferto con un tocco di groppo alla gola. Perché sono certa che in un angolo remoto del mio cuore e del mio conscio, una bambina sta ancora chiedendo aiuto. È come se discernessi il mio essere adulta, dall’essere stata piccola. Questa distanza, incolmabile per altro, sarebbe stata risanata nel corso del tempo, con le giuste tutele. Ahimè, però, capita molto spesso che la vergogna e l’auto-punizione prendano il posto dell’evento in sé. Il tutto si riduce a tacere. Al silenzio più abissale che io abbia mai conosciuto. Il dolore del silenzio non ha uguali. È di fatto paragonabile ad un abisso così profondo che nessuna luce potrà mai illuminare bene. Ad ogni modo sono qui. E ci sono per volontà mia, per avere sfidato da sola i mostri inconsci della disfatta infantile. L’appello primario però resta lo stesso: tra la capacità di comprensione e l’importanza della comunicazione.


Bambini afghani oltre la rete del pianto


Non abbiate mai paura di parlare: tutelate il vostro futuro

La vergogna è un sentimento subdolo. Ciò che le vittime di bullismo non comprendono, compresa me a suo tempo, è che chi davvero dovrebbe vergognarsi, si vanta di se stesso. L’umiliazione lascia spazio quasi ad una adorazione per coloro che forti si pavoneggiano dalla parte opposta. Ci auto-infliggiamo un dolore cronico, una speranza che qualcosa nelle loro menti prima o poi possa cambiare. Il bullismo è di fatto una malattia sociale e, come ogni malattia che si rispetti è necessario curarla. Il dialogo con la famiglia, con gli insegnanti, è un punto di partenza per comprendere meglio il da farsi per noi. La punizione, resta il metodo migliore per far capire che cosa è giusto e cosa sbagliato. Ed il rispetto, di noi stessi prima di tutto, l’arma più potente che abbiamo per costruirci un futuro migliore. L’evento traumatico mi causa nella notte, il sentire ancora piangere quella bambina che chiede aiuto. Mi sono curata da sola. Ma chi ha commesso tali atti, non è mai realmente stato punito. E forse, è per questo che ogni tanto la mia infanzia mi chiama a gran voce.

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