ConcettualMENTE angeli: il falso preambolo di fare del bene
ConcettualMENTE angeli: il falso preambolo di fare del bene

ConcettualMENTE angeli: il falso preambolo di fare del bene

ConcettualMENTE ci siamo. Siamo circondati da persone che si precludono come “salvatori” di se stessi e degli altri. Essi sempre pronti a tendere la mano verso un simile in difficoltà.. si ma, a quale prezzo? Eh già, perché ciò che non si è realmente compreso di fare del bene, è il fatto empatico in sé, troppo spesso soverchiato dal moralismo fittizio del “cosa posso avere in cambio”.

Perché concettualMENTE si definiscono angeli?

Tutti credono di svolgere un bene primario nei confronti dei propri simili, il problema è che poi quello che fanno, lo raccontano! Intendiamoci a chiare lettere: chi fa del bene, non ha assolutamente bisogno di comunicarlo al popolo. In tale concetto, ciò che si desidera è solo una pacca sulla spalla. Questa va prettamente bene nel concetto dell’aver svolto un lavoro nel migliore dei modi, non nell’empatia inesistente verso il prossimo. Ciò mi riporta alla memoria un già attempato Paolo Villaggio che, in maniera estremamente cinica ( e non poteva essere altrimenti), dichiarò che coloro che si erano messi a disposizione per spalare acqua e fango nell’alluvione di Genova, non potessero essere chiamati “Angeli del Fango”. E la motivazione fu proprio quella affrontata in questo articolo: il bene si fa, ma non si dice e nemmeno lo si fa vedere.


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Il bisogno dei social per sentirsi Dio del proprio simile

Già comprenderete da soli che, la scelta di tale sottotitolo, annuncia un concetto forte per quanto semplice. In sé, molti esseri umani, pretendono il dono della superiorità. Dono che tra l’altro, non ha senso di esistere o sussistere ad oggi. Ci scordiamo troppo spesso che gli esseri umani sono dotati di libero arbitrio: la scelta. Il bivio che spesso spaventa e che troppo di sovente è contornato da imposizioni societarie e schemi che non riescono a farsi scivolare addosso. Ma di certo, la scelta è quella funzione che ci fa comprendere chi abbiamo di fronte: il bene o il male fanno parte di una scelta, come farlo è parte dello spirito che abbiamo deciso di coltivare. Ricollegandomi, quindi, alle parole dell’iconico e tanto pianto Paolo Villaggio, la condivisione sui social del “bene” che quei ragazzi stavano facendo, non aveva di per sé il senso primario. In poche parole avevano bisogno di qualcuno che gli dicesse quanto fossero bravi. Tale fatto non è riconducibile quindi al bene attuato perché fosse tale.

Il silenzio, il segreto e l’immagine empatica

Non c’è niente di più bello che fare i conti a fine giornata col proprio spirito. È senz’altro talvolta doloroso, altre straziante, ma l’immagine empatica di ciò che abbiamo dato agli altri, porta in noi sacrificio. È questo di cui mi rammarico di più sulla soglia dei miei trent’anni. Troppo spesso vedo la propensione verso gli altri per attirare a noi qualcosa di favorevole. Doppiogiochisti, medaglie con molteplici facce che non vedono l’ora di infierire sul più debole. Mai esiste un pensiero collettivo per cui la debolezza debba essere preservata nella sostanza primaria di essere sollevata, compresa e cullata dalla propria sofferenza. E finché le premesse rimaranno queste, il mondo sarà spaccato in moltissime tessere di un puzzle estremamente mancante concettualMENTE.

ConcettualMENTE una BENEFICIENZA D’AMORE

Che importa se stavolta non è toccato a me? L’esclusione di se stessi, comporta la stessa dal mondo. Non è nel concetto degli altri che si vive? Non è forse nella carità e nell’amore che si concede? Che cosa deve concedere mi domanda? Si conceda lei stessa agli altri. Conceda il suo sapere, il suo onore. Ma faccia attenzione. A cosa ribadisce? La cultura la si fa propria, la si insegna, ma non la si pavoneggia mai. Non si apra al mondo per ricevere qualcosa, lo faccia per donare quel poco che permetta, di far fiorire nuovamente una rosa.

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