La rinuncia sociale: la disperazione sul volto di chi ha perso il sogno di una vita intera
La rinuncia sociale: la disperazione sul volto di chi ha perso il sogno di una vita intera

La rinuncia sociale: la disperazione sul volto di chi ha perso il sogno di una vita intera

Arrancano di fronte alla rinuncia sociale che li ha coinvolti nel baratro della tristezza che da senso e giogo solo a se stessa. Facce stanche e di rughe vissute mi raccontano, ci raccontano e io vi racconto la storia di un sogno infranto. Di un’intera vita di sacrifici scardinati e plasmati da uno stato pandemico che, ad oggi, ci lascia enormi dubbi e voragini.

La rinuncia sociale come disfatta di un popolo?

Io la vedo nell’esattezza di tale affermazione. Nei volti colpiti dalla disperazione che devono rinunciare ad anni di attività perché le spese da sostenere sono più grandi del guadagno da ottenere. Vittorio con la faccia solcata da tanti anni, di sorrisi e soddisfazione, mi confida che non ce la fa più. È stanco di dover sempre ripartire a ricostruirsi, soprattutto adesso, con una moglie malata a carico e ottant’anni che pesano sulle spalle come macigni. Ha chiuso il suo ristorante subito dopo il primo lockdown. Le spese non si sono arrestate, quei pochi soldi ricevuti, non sono serviti a una degna sussistenza.


I nuovi poveri figli della pandemia e del sistema


Il cardine di un aiuto che ha scardinato il concetto stesso di sussistenza

Per quelle piccole trattorie, osterie che hanno sempre cercato di tirare a campare e mai ad arricchirsi, il periodo nero è stato davvero privo di luce. Con conseguente definizione totale di disfacimento morale e fisico. Oltre la stanchezza dell’involucro, messo a dura prova dai tanti anni vissuti, ha soppesato il dolore dell’anima. Quello, che fa male e contorce lo stomaco più di un ulcera perforante, ha fatto in modo che la decisone finale fosse quella univoca della chiusura. Sebbene questi sembrano casi sporadici, non riguardano solamente l’ambito della ristorazione. Ahimè, tutte le piccole imprese, che avevano dato luce al sogno delle speranze, si sono ritrovate a piangere lacrime amare di sconfitta.

Gli anni a venire saranno più duri

E se in tale clima di disperazione gridata al silenzio dagli stessi volti che cercano solo comprensione e solidarietà, sembra davvero avere toccato il fondo buio di se stesso, dobbiamo ricordarci che il peggio, non è ancora passato. Tra lavoratori dipendenti licenziati dalla propria azienda per esubero di personale e famiglie distrutte dall’amara mancata sussistenza della vita, è necessario fare una considerazione. Come il dolore a caldo si percepisce poco, quando tale situazione raffredderà i propri bollenti spiriti, ci pioverà addosso un mare di merda. E scusate il francesismo, ma è doveroso. Vedremo giovani che, ancor più di ieri, saranno alla disperata ricerca di un lavoro. Che scarseggia oggi per il proprio padre, fratello, amico o compare. Di certo, una cosa si è riusciti a farla bene: distruggere già un futuro incerto. Di nero vestito e dal volto fuggiasco, svanirà come la neve al sole.

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