La responsabilità e il suo fardello di responsabilità
La responsabilità e il suo fardello di responsabilità

La responsabilità e il suo fardello di responsabilità

Non è mai l’ora ultima per accettare la responsabilità e il suo fardello di responsabilità. Guardiamo intorno a noi un mondo che diviene opaco: follia di sé stesso e dei suoi ingranaggi di follia. Eppure la notte ci passa oltre e giorno attende la notte, come in un gioco di luci ed ombre che hanno uno schema ignoto ma certo.

La responsabilità è un fardello?

Siamo il macigno di noi stessi, reclamo di ciò che vorremmo ci fosse estinto. La responsabilità è sia civile che incivile, se ci pensate noi “siamo” e basta. In qualsiasi caso siamo forme deformi di tradizioni, culture, insegnamenti arcaici o avanguardistici. La nostra responsabilità non può avere definizione culturale altrimenti sarebbe: imposizione. Ci sono uomini che combattono per la libertà dell’essere in funzione della cultura e della tradizione, così che si ritrovano a governare se stessi e non il principio di libertà. Allora il fardello della responsabilità diviene il divenire del fuggire. Eremi in anime desolate e desolanti, avvinghiate a culture e sottoculture, paure e conflitti interiori o più semplicemente: interessi che spingono il senso di responsabilità in un angolo. È come dire: ogni strada è quella giusta. Ci sono persone che combattono per la libertà degli altri e muoiono da eroi. Alcuni credono di combattere per la libertà di altri, finché non si ritrovano a scrivere un libro frustrante legato alla loro infanzia frustrata e derisa. La responsabilità ha un fardello che si chiama: le anime degli altri.


Lobotomizzazione dell’anima: il mondo non vede, non sente, ma parla troppo


Un mondo privo della luce interiore è un mondo schiavo

Spesso finiamo sfiniti per demonizzare i nostri fallimenti come esseri umani. Spesso ci spogliamo del senso di responsabilità e doniamo il fardello del nostro fallimento a chi non ha colpa ma solo responsabilità. Così ogni governo diviene un demone, ogni divieto un oltraggio insieme ai suoi perché. Ma siamo immobili, fermi ad umiliare noi stessi per il senso del subìre e la nostra vita diviene dolore. “Eri dentro ai tuoi occhi, mentre asciugano i miei colori lacrime che ti sbiadivano l’anima. Io non volli crear buio tra i tuoi riflessi e le tue
speranze. Finii i miei passi nei ruscelli dei tuoi ricordi. Cercavi luce nei riflessi di quel buio ringhiante che ti mozzava il fiato, mentre allungavi la mano a cercar il mio conforto. Stanco di mille e mille paure scossi i
brividi che i tuoi occhi mi facevan speranza e forza. Arginai i fiumi del tuo dolore bagnandomi di orgoglio e sfinimento. E non compresi di quanto l’uomo sia debole per se stesso, piccolo nelle sue richieste e perso nelle sue piccolezze. Ma avevo ancora luce e forza nell’angolo del buio, così prendevo tempo, rubando al suo tempo il ticchettio dell’attesa. Volsi lo sguardo più lontano del cielo per chieder conforto ad una vecchia amica, ringhiai per la negazione di essere. Ma so che vincerò lì dove la sfida si aprì alle mie braccia aperte di dolore”.

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