L’inferno di Beirut: popolazione all’estremo mentre le milizie sparano
L’inferno di Beirut: popolazione all’estremo mentre le milizie sparano

L’inferno di Beirut: popolazione all’estremo mentre le milizie sparano

È l’inferno di Beirut che dovrebbe assediare le pagine dei quotidiani. Come gli inferni della Siria, Afghanistan, Iraq, o l’80 % dei paesi africani soffocati da una guerra intestina, povertà e malattie. Ma noi preferiamo non sapere delle svantaggiate di mitragliatrici delle milizie libanesi. Preferiamo non sapere che non a Beirut non c’è acqua, elettricità e cibo. Gli occidentali vogliono sapere se possono fare l’aperitivo al tavolo o al bancone, se fare il green pass o il super green pass. Quando la miseria regna nelle anime, allora è tempo di chiamarsi ricchi!

L’inferno di Beirut da chi è voluto?

Tutto nasce dallo scontro tra le milizie. Alcune alimentate con grande maestria dalla Francia, alcune dall’Iran e Cina. La vita politica libanese, chissà perché gira sempre attorno agli stessi personaggi. Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, ovviamente foraggio da Iran e Cina, attraverso investimenti pro Cina da capogiro – ha lanciato un attacco contro Tareq Bitar, il giudice “anti-corruzione”, che indaga sull’esplosione al porto di Beirut. Hassan lo accusa di avere obiettivi politici. Quindi Nasrallah ha invitato i giovani militanti del partito sciita, vestiti di nero, a protestare contro il giudice. Ma se ha fini politici, come dice Hassan, e ad accusarlo sono sia gli Hezbollah, sia gli Sciiti, verrebbe da pensare che a creare tale dissesto siano: Iran, Cina ma non di meno la Francia. Tutto questo mentre Hezbollah e Samir Geagea, nemico di sempre, si sventagliano mitragliate che non risparmiani: civili, reporter e noi giornalisti. Geagea non è l’ultimo arrivato, ma un sopravvissuto della guerra civile, la cui milizia cristiana ha partecipato al massacro di Sabra e Shatila. Ha scontato una condanna di dieci anni per omicidio. Un angioletto!

L’inferno in Libano e la sindrome della conquista quartiere per quartiere

Samir Geagea contro Hassan Nasrallah: è la sindrome libanese, in cui la vita politica gira sempre intorno agli stessi personaggi. A Beirut circolano armi pesanti, e non solo nei ranghi di Hezbollah. L’esercito nazionale appare debole e incapace di fermare l’ingranaggio della violenza. Gli appelli alla calma si sono moltiplicati, così come i riferimenti alla guerra civile. Il nuovo primo ministro, Najib Mikati, ha dichiarato: “Non bisogna lasciarsi andare alla sedizione delle armi, quale che sia il pretesto”. Ma il suo governo appena formato è ben diviso e cerca di contrastare, inspiegabilmente (apparentemente) il giudice Bitar. Questi macabri giochi politici confermano due aspetti: il primo è che c’è ancora molto da scoprire sull’origine dell’esplosione del porto, e questo spiega il nervosismo diffuso. Soprattutto se si dovesse pronunciare: Israele o Francia. Il secondo è che il popolo libanese è in ostaggio di una classe politica pronta a tutto, anche a lasciare che il paese continui a sprofondare all’inferno.

Il disastro

La crisi multiforme, radicata in decenni di corruzione e cattiva gestione, ha portato l’inferno di Beirut al disfacimento totale della società, per non dimenticare i servizi base: interruzione della fornitura di elettricità e l’acqua. La metà delle famiglie non ha accesso ad acqua potabile. Sono rimasto sconvolto quando Firas Abyad, direttore del più importante ospedale Covid libanese ha dichiarato: “C’è una crescente mancanza di corrente elettrica. L’elettricità è assente per 21 ore al giorno ed è una situazione che riguarda diversi altri ospedali del Paese. Non si trova il combustibile, soprattutto per alimentare i generatori e se si trova non ci sono i soldi. I pazienti non possono coprire la differenza. Nonostante il caldo torrido abbiamo così deciso di interrompere il servizio di climatizzazione dell’aria, mantenendolo soltanto nelle zone dove è strettamente necessario. Non bisogna avere molta fantasia per capire che siamo all’inferno“. La lira libanese ha perso il 90% del suo valore. È una sproporzione estrema, non c’è possibilità di ottenere un quantitativo energetico sufficiente per alimentare a pieno l’intera nazione. Pensateci: gli ospedali, dove la gente deve essere curata, non hanno energia per alimentare i respiratori.

Un commento

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