La maschera: il teatro in scena della non-coalizione femminile
La maschera: il teatro in scena della non-coalizione femminile

La maschera: il teatro in scena della non-coalizione femminile

Ieri ho fatto un piccolo riassunto di introduzione per quel che concerneva l’argomento. Ma oggi, credo che dedicare un articolo a tale argomento, sia di fondamentale importanza. E allora la maschera e il teatro che le donne mettono in atto per la parità i diritto, ma non per la coalizione, fomenta l’argomento centrale del dibattito.

La maschera come mezzo di non-coalizione?

Partendo dal presupposto che la coalizione femminile, non esiste di per sé. Esistono tanti preamboli che riducono la stessa ad essere il nulla di un discorso problematico d’emancipazione. Perché se le donne pretendono d’avere i proprio diritti, si deve far fronte a un luogo comune e, non di meno, a un pensiero collettivo UNITO. Questo, di fatto, non esiste per quel che concerne l’universo femminile. Anzi, esso si riduce al disfacimento di se stesso, mediante la più grave delle diffamazioni storiche: il conflitto. Conflittualmente parlando, si cita quindi, la continua competizione che esiste in tale cerchia o gruppo, che dir si voglia.


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La problematica della competizione

La competizione nel mondo femminile, attua certamente, una scissione e una disgregazione dello stesso. Non esiste alcun tipo di coalizione forte per ciò che riguarda l’ottenimento della parità di genere e i diritti spettanti. E questo, perché, costantemente ci bombardiamo di conflittualità represse da uno stato d’angoscia derivato dal sentirsi inferiori. La prima cosa che accade, se una bella donna, entra in una stanza piena di donne, è il confronto. Un confronto stupido, impunito di se stesso, che vede come principale operatore, l’invidia verso qualcosa di esteticamente bello. Allora viene messa in atto un ulteriore premessa: la ricerca del difetto.

La ricerca del difetto come preambolo d’inferiorità mentale

Parte così la ricerca di credere o pensare, che trovare il difetto in una costanza estetica, ci riduca a sentirci meglio o lievemente superiori. Ma nella realtà dei fatti, la superiorità viene messa in atto da colei che, accetta la realtà oggettiva, così come si presenta. Il fulcro del discorso ci riconduce alla diversità di ciò che siamo. Se una donna è bella, lo è punto. Noi siamo altro da quel determinato individuo. Ed è con tale concetto che è necessario non screditare, ma accogliere. Un gruppo disunito di per sé, non potrà mai ottenere il bene comune dello stesso. Ecco perché ancora ad oggi, ci insultiamo da sole con terminologie come femminicidio, quote rosa e quant’altro. Esse si riducono alla classificazione, disgregando il concetto concettuale di sé d’emancipazione.

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