La violenza delle parole: laddove l’inumanità gela il proprio sangue
La violenza delle parole: laddove l’inumanità gela il proprio sangue

La violenza delle parole: laddove l’inumanità gela il proprio sangue

Le grida, l’invocazione a Dio, quel filo sottile che si spezza e lascia solo la scia del silenzio. La violenza delle parole risuona la nota stonata di una chitarra scordata, lasciata alla polvere del tempo e, ai tempi di polvere. Ma noi, non possiamo tacere, accostandoci a Dio, inveendo il suo nome e, colpevolizzandolo delle nostre azioni.

La violenza delle parole lascia la scia di silenzio?

È paradossale, ma dopo le grida, le invocazioni a Dio, al suo nome e le colpe, l’unica cosa che resta è il silenzio. Un silenzio che avrebbe la pretesa di essere invocato a grande lettere prima, assieme alla comprensione delle cose e all’amore intrinseco per coloro che ci ascoltano. Ma la presunzione di essere migliori degli altri, la facoltà di credere di avere sempre qualcosa da dire o da mostrare, è la radice del male che non si vuole estirpare dall’essere. Ma, al contrario, vuole far fronte e richiamare la prepotenza di se stessa.


L’egemonia angelica: il cospetto della conoscenza del male


Tacete, oh anime impure

Nessuno sa più parlare. Nessuno è pronto al dialogo o al compromesso morale. Tutti che guardiamo in direzioni diverse e, nessuno, che voglia davvero il bene verso un’altra persona. Perché che cosa ci importa davvero? Primeggiare di fronte agli altri, essere gli insegnanti di un vissuto che non ci è mai appartenuto. Eppure, “se l’avessimo fatto noi, sarebbe di certo venuto meglio”. Perché queste sono la violenza delle parole che crocifigge per l’ennesima volta Dio, chiamato in causa, senza venerazione, ma incolpandolo dei mali dell’umanità che, siamo noi stessi a volere fortemente.

L’ennesimo conflitto: l’insegnamento non chiesto

E si apprestano a insegnarci come vivere, cosa fare, come agire. Non considerando un salto generazionale, un vissuto estremamente differente, i dolori passati. Vogliono a tutti modi essere le maschere prime della scena teatrale che, loro stessi, hanno messo in atto. Senza realmente chiedere agli altri se volessero un ruolo ben definito nella tragedia, che diviene commedia per coloro che guardano da fuori. Ma che, di certo, avrebbero agito in altro modo. E non ci resta che piangere, davvero, perché siamo arrivati al limite della sopportazione, di un carico che portiamo da millenni sulle spalle. “E ci struggiamo per salvarvi, e ci addoloriamo, e moriamo per essere gli angeli di Dio e per salvare le vostre anime.”

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