Prigioniera degli occhi di mia madre
Prigioniera degli occhi di mia madre

Prigioniera degli occhi di mia madre

Si chiama Prigioniera degli occhi di mia madre ed è il romanzo scritto da Jessica Livolsi. È un romanzo perfetto. Dico questo perché esprime uno spirito consapevole e non persegue uno scopo architettonico.

Prigioniera della coscienza o solo della conoscienza?

Non vi racconterò la trama neanche sotto tortura. È talmente intrigante, soprattutto a livello spirituale che deve essere acquistato e letto. Jessica Livolsi racconta la conoscienza che diventa coscienza. Una coscienza così bel metabolizzata che diviene essenza della sua conoscenza. L’autrice ama spesso dire: “Soltanto chi ha conosciuto la violenza sa cosa essa sia”. Sembra semplice ma non è così. Un conto è conoscienza e un conto è farla divenire coscienza. In questo romanzo, che sembra passeggiare nelle atmosfere nebbiose dei moli londinesi impregnati di dolore, la violenza subìta non è utilizzata per divenire rifugio per sé stessi. Il modo in cui viene metabolizzata è sottile, astuto e calcolato. L’autrice ci dice che, soltanto l’interazione tra il nostro spirito e quella violenza estrema, che ha pervaso la nostra vita, può far sì che essa divenga parte della nostra consapevolezza. L’astuzia sta nel saper attendere, tentare di evitare situazioni di forte inadeguatezza per poi riprenderle al momento opportuno, servendoci dell’inadeguatezza stessa per gestire la situazione.

Una partita a scacchi con la propria coscienza?

Se non fosse catalogato come romanzo sarebbe, senza dubbio, un trattato di psicologia criminale. Si prende un’esperienza estrema, magari legata a storie di violenze domestiche e la si fa divenire vendetta. Ma come? Non come un folle schizzoide che accoltella a destra e a sinistra, solo perché il papà gli ha dato due schiaffi da ragazzino, o il resto è totalmente inventato dalle allucinazioni di personalità multiple. In quello che racconta la Livolsi c’è metodo, conoscenza, attesa, osservazione, freddezza, calcolo. Allora la domanda è: la vendetta può essere quieta? Può essere docile, calcolata, con un fil di voce? Si! Jessica Livolsi ci racconta una perfetta partita a scacchi tra: la violenza subìta e la metabolizzazione spirituale. Il risultato finale porta alla realizzazione di azioni perfettamente calcolate che possono divenire: vendetta, auto difesa, interazione calcolata e mai azione frenetica attraverso la violenza stessa. Come a dire: io so chi sei quindi io ti manovro. La conoscenza e metabolizzazione della violenza, diviene elemento controllabile: non schiavizza e non crea paramento per giustificare una vita violenta. Se coscientemente metabolizzata, la violenza diviene schiava della nostra coscienza. Dieci a Jessica Livolsi vincitrice del premio della critica del concorso letterario: “Virgilio in Antica Atella”.

Mai prigioniera degli schemi

Gianna, la protagonista del libro, è una donna che ha un passato fatto di violenza vissuta e stereotipi ancorati alla propria pelle. Ha vissuto mediante le mani del padre e la sofferenza della madre per troppo tempo. Tanto, da farle comprendere che al mondo, certi eventi ti vengono a cercare e non puoi tirarti indietro. Dal fronte di un romanzo contro la violenza sulle donne e, altresì, contro lo stereotipo dell’uomo come figura subdola ed oscura, un passato brusco busserà nuovamente alla porta della protagonista che avrà due scelte: o spezzare le catene di quel circolo vizioso, o sacrificarsi per esso.

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Prigioniera degli occhi di mia madre

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