La regressione culturale di Suburra e Gomorra: Sodoma e Gomorra
La regressione culturale di Suburra e Gomorra: Sodoma e Gomorra

La regressione culturale di Suburra e Gomorra: Sodoma e Gomorra

Sono ormai anni che la regressione culturale è fomentata o ben alimentata dai canali mediatici e cinematografici. Inermi come bambole di pezza subiamo il messaggio subliminale che per primi tocca i ragazzi.

La regressione culturale è un’operazione pianificata?

I messaggi lanciati dalle serie televisive come Gomorra o Suburra dovrebbero essere banditi. Abbiamo una gestione cinematografica e della televisione in generale, atta a fomentare il facile guadagno. Ma non solo, i ragazzi idolatrano quei personaggi che dovrebbero essere cancellati dalla faccia della terra. L’elemento mafioso o comunque criminoso è posto spesso come risoluzione su uno stato sociale. I ragazzi amano imitare i delinquenti che alcuni costruiscono con questi personaggi da baraccone circense.

La regressione culturale dei bimbi minchia e dei loro genitori

Scampia e i suoi criminali sedicenni diventano eroi agli occhi di bimbi minchia che culturalmente non hanno le palle neanche per riempire le mutande. Probabilmente i sceneggiatori e registi per non escludere i produttori, prendono montagne di soldi proprio da quelle mafie che dovrebbero combattere culturalmente e non idolatrarle… e voi sapete bene come ingannare la mente. Quel coglione del mio ex cognato un giorno mi disse: “Ho terminato la serie Narcos… io della vita non ho capito un ca… così si fanno i soldi”.

l’elemento culturale del criminale

Strategie di controllo sociale apparentemente contraddittorie. Primo caso: il criminale è un individuo radicalmente “diverso”, un vero e proprio monstrum incorreggibile i cui istinti atavici minacciano la società, e perciò deve essere neutralizzato fisicamente e socialmente ad ogni costo. Nel secondo, il criminale è al contrario un individuo perfettamente “normale”, razionale e opportunista come ogni attore economico, che probabilmente sarà dissuaso dal delinquere dalla presenza di una telecamera discreta o di una pattuglia di vigilanza privata. Quindi si determina lo scenario: le prerogative penali dello stato sovrano si mostrano in modo spettacolare sul palcoscenico di un “teatro punitivo” in cui il deviante è stigmatizzato e degradato. Nel secondo, lo stesso stato sovrano sembra rinunciare al proprio monopolio su “legge e ordine”, lasciando che il controllo della criminalità si insinui silenziosamente fra le pieghe del mercato e della privatizzazione.

La regressione culturale e la cultura del controllo

La cultura del controllo cerca di suggerire la strategia dell’ambivalenza. Mentre la prima strategia rimanda a una “criminologia dell’altro”, cioè il criminale è un mostro irrazionale e incontrollabile, la seconda rientra in una “criminologia del sé”. Il criminale è un homo oeconomicus, proprio come tutti “noi”. Entrambe, in una sorta di apparente “schizofrenia penale”, consolidano una nuova “cultura del controllo”. Cultura che pervade sempre più le società contemporanee. Modelli quanto mai distanti di gestione della questione criminale – punitivo, espressivo e “premoderno” il primo.

L’elemento post moderno

Preventivo, pragmatico ed “postmoderno” il secondo. Versanti simmetrici di un’emergente “società del controllo” al cui interno si intrecciano e si sovrappongono tentazioni neoautoritarie e retoriche neoliberiste. Il primo e territorio occupato soprattutto da politici partiti, governi, presidenti e premier, in cerca di nuova legittimazione pubblica. Il secondo, quello delle smart card, delle telecamere a circuito chiuso e dei gruppi di sorveglianza del vicinato è invece attraversato da agenzie amministrative. Polizie, amministrazioni cittadine, dipartimenti locali. Tutte ansiose di ottenere risultati visibili sul piano del contenimento del crimine.

La società della regressione

Sullo sfondo, abbiamo la recita perfetta di un predominio mediatico. Tutto attraversato da drammatiche trasformazioni economiche, politiche e culturali: Flessibilizzazione del lavoro, insicurezza e precarietà crescenti. Ma anche proliferazione di stili di vita divergenti, crisi della famiglia, delegittimazione pubblica dello “stato”. Fino alla riduzione drastica dei margini di gestione politica delle contraddizioni indotte dalla globalizzazione capitalistica. In questo scenario si consuma inevitabilmente, la definitiva sconfessione delle strategie di governo dei problemi sociali e quindi della questione criminale. Perché essa è legata al welfare state, dalle cui ceneri sorge appunto la nuova “cultura del controllo”. La cultura di una società che percepisce il crimine come fenomeno al tempo stesso normale e intollerabile, ordinario e mostruoso. Ma affascinante e fonte di risoluzione di problemi immediati.

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